Giorno #3

Ci si sveglia dopo una notte passata nell’era glaciale e ci preoccupiamo che la tenda con dentro Janet non sia diventata un igloo. Ma Janet c’è, si muove, è viva e c’è anche lui, il sole che ci scalda. Sta mattina andiamo al Manja Shelter, un sito famoso per l’arte aborigena. Dobbiamo percorrere una strada sterrata, costellata dalla presenza di alberi dalla forma rara…

E tutto attorno sembrava bruciato. Un paesaggio molto scuro, ma al contempo con una nota calorosa data dai colori caldi della terra rossa. Si alza molta polvere attorno a noi e si deposita ovunque, creando una strana sensazione di sporco sulle mani. E la sottile linea rossa qui non indica il titolo di un film, ma l’accumulo della polvere negli intagli della mano e nelle purtroppo presenti ma non ancora profonde rughe nel viso.

Arriviamo allo shelter, che significa riparo. Le rocce sono tondeggianti come la pancia del Buddha. Ci guardano e sembrano sorridere invitandoci a posare i nostri stanchi sederi su di loro. No sentite, non sono ancora stanchi! E’ appena iniziata la giornata e siamo state sedute nel furgonetto per quasi un’ora perché la strada non ci faceva superare i 15/20km orari. Dai pietre, smettetela di fare l’occhiolino in modo ammaliante.

Passiamo via e andiamo su per un sentierino che porta ad una vista panoramica. Wow che splendida visuale! Fine.

Sulla strada poi ci fermiamo a cambiare la bombola del gas, ne prendiamo una che è la metà di quella acquistata precedentemente, e con Katie concordiamo nel dire che dovremo solo riempirla più spesso e pace. Consultiamo la nostra bibbia: un libro che si chiama in realtà Camp7 che illustra tutte le aree di sosta a pagamento e non con i relativi servizi: barbecue, ombra, vicinanza con la strada, viste panoramiche, possibilità di avere animali, cessi a cielo aperto, docce, ricezione telefonica, massaggiatrice thailandese o eventuale Omer Simpson che ti offre una birra. La bibbia insomma! Scegliamo di sostare nell’area di Wannon Falls. Dopo aver montato la tenda, esaltate proviamo a far funzionare la cucinetta. Buuuum, stappiamo lo champagne, coriandoli piovono dall’alto, ballerine hawaiane dai lunghi capelli neri iniziano ad ondeggiare nelle loro gonnelle a fronzoli e uomini muscolosi ci porgono grappoli d’uva. Caro lettore, spero tu sia un po’ entrato nell’ottica che tutto ciò è in realtà successo in uno dei tanti film che mi faccio quotidianamente nel normale corso della vita, che risulterebbe per me altrimenti più noiosa. Non c’è da stupirsi infatti se si può notare Cristina chiusa in se stessa a ridere come una pagliaccia mentre tutto il mondo fuori è statico e inerme. La cucina funziona!!! Cuciniamo e mangiamo. Ben presto ci accorgiamo di non essere sole e non mi riferisco alla presenza di una tenda, una macchina e quella che sembra una famiglia a qualche metro da noi, mi riferisco a esseri non umani. Si calano dagli alberi, emettono suoni come piccoli squittii e stanno anche su due zampe. Siamo circondate da opossum. L’opossum è un animale tipico australiano considerato erroneamente un roditore quando invece fa parte della classe dei marsupiali. Assomiglia un po’ a uno scoiattolo o ad un castoro. Per me sono tenerissimi, dopo il primo incontro ravvicinato che ho avuto li ho sempre adorati.

FLASHBACK: Il primo incontro di Cristina con l’opossum.

Era tipo il quarto o quinto giorno che ero a Melbourne ed ero uscita con Luca, un ragazzo italiano di 6 anni maggiore; eravamo andati in un parco vicino all’ostello. Sedutici su una panchina, dopo poco vedi questo essere che non avevo mai visto prima scendere da un albero e Luca, ormai a Melbourne da 9 mesi, mi dice che è un opossum. Io mi esalto ed inizio a cercare di attirare la sua attenzione. Casualmente nella tasca della giacca avevo ancora dei biscottini marcati Emirates che avevo conservato da uno dei pasti in aereo. Chiamo l’opossum e gli mostro il biscottino e la creatura si avvicina. Ed è successa la cosa più dolce possibile. L’animaletto si è avvicinato e ha stretto le mie dita tra le sue zampette cominciando a cibarsi direttamente dalle mie mani e io mi sono ovviamente, da brava figlia di veterinario, commossa un sacco!

Ho dunque sempre adorato questi animali ed anche questa sera non perdo l’occasione per cercare di attirare la loro attenzione. Questi sembrano però più diffidenti e selvaggi. Dopo poco un signore bassetto, tatuato, con la sigaretta tra le labbra si avvicina. E’ il padre della famiglia accanto. Ci chiede aiuto: non riesce più a far partire la sua macchina e vorrebbe poter attaccarsi alla nostra batteria per dargli la scarica adrenalinica dello start. Muoviamo il van vicino alla sua vettura. Ha un forte accento australiano e gli infradito con quella temperatura confermano la sua nazionalità. Si si l’aiutiamo noi signore, esperte meccaniche, non si preoccupi…certo, ma dove si trova la batteria in un van? Abbiamo scoperto di recente che il motore è sotto il sedile e…questo è quanto. Ma la batteria? Eh lì non c’è Katie, io non so dove sia. Beh dai, ci sarà scritto nel libretto delle istruzioni no?

Fine di un’altra giornata e la batteria non l’abbiamo trovata.

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